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morenobucciviareggio
16 febbraio 2017

Inizia l'era del caos

C’era una volta il mondo “ordinato”: la seconda guerra mondiale aveva fornito al mondo un paradigma di stabilità. Dalla rivoluzione d’ottobre, alla caduta del nazi-fascismo ci si era ritrovati con il mondo diviso, sostanzialmente in due: da una parte il mondo occidentale, capitalista, guidato dagli USA; dall’altra quello orientale, comunista, controllato dall’Unione sovietica.

Su questa base si fondava la stabilità: ognuna delle due potenze dominanti – pur sfidandosi in ogni campo – si ingegnavano per mantenere l’ordine all’interno di ciascuna area.

Molti paesi del terzo mondo si sono liberati formalmente dal colonialismo, è notevolmente aumentata la ricerca scientifica,Tutti stavano sempre meglio. La popolazione mondiale si è triplicata dal 1945 al 2010.

Ci sarebbe da compiere un excursus su quello che è successo dopo la caduta dei regimi comunisti, dall’URSS all’Albania. Andiamo veloci: guerre nei Balcani, guerre nel Caucaso, invasione dell’Irak e dell’Afghanistan, attentato alle Torri gemelle, guerre in Africa, attacco alla Libia, primavere arabe, guerra in Siria, nascita del ISIS, ecc.

Ma il dato fondamentale non sono le guerre poiché da esse non è scaturito nessun nuovo dato fondamentale e nessun stravolgimento dell’ordine mondiale nato dal 1989. Quello che conta è invece il passaggio ad una politica di globalizzazione, imposta con la forza dell’economia più che dalla ragione, e dalle aspettative di guadagno da parte dei più forti, alla quale i più deboli e dipendenti dalle economie dominanti si sono adeguati, con molta convinzione, piuttosto che obtorto collo.

Sembrava fosse in moto un processo di multipolarismo dentro il quale, insieme alle economie più forti, USA e Cina, si potessero inserire poli minori, ma sicuramente significativi, dal Brasile all’India, dall’Europa alla Russia.

Poi è scaturita la seconda crisi economica mondiale, dopo quella del 1929.

Non ne siamo ancora fuori, ma quello che ha comportato si tocca con mano.

Il mondo è cambiato: comanda la finanza, che si impianta qua e là, ma sostanzialmente è extraterritoriale, così come lo sono i giganti della tecnologia informatica che guadagnano in tutto il mondo, tengono gli stati in scacco e, praticamente, non pagano imposte.

La scala delle disuguaglianze si è notevolmente ampliata: pochi “tycoon” detengono la stragrande parte della ricchezza globale,il ceto medio – che prima era la spina dorsale delle società più avanzate –impoverisce sempre più; quella che era una volta la “classe lavoratrice” – alla mercé del processo produttivo sempre più robottizzato -  scivola verso uno stato di schiavismo più o meno camuffato.

Unica potenza mondiale sembra essere la Cina, Gli USA arrancano, l’Unione europea è in fase di disfacimento, la Russia è ancora lontana dal riprendere un ruolo di rango.

Cresce il disagio e la disperazione. Non c’è, però, un assetto sociale che possa far prefigurare una “rivoluzione”. I disperati si guardano intorno, incapaci di costruire una risposta. Sale la rabbia e si cercano soluzioni decise ed immediate. Che non ci sono.

E’ un caos “ordinato”, che taluno pensa di poter governare.

Trump, 45° presidente statunitense, è forse il primo che ha potuto approfittare dello stato d’animo del popolo americano. Ha predicato la riscossa di chi era stato a lungo il primo nel mondo, credendo così di riappropriarsi di ciò che è stato ceduto.

E tanti, tra coloro che hanno perso peso e considerazione, sognano di fare lo stesso percorso, retrocedendo nel campo del nazionalismo (o “sovranismo”come si dice con un efficace eufemismo).

Regredisce il senso civico. Si sentono proposte che riecheggiano atteggiamenti dei totalitarismi degli anni trenta, nazisti e fascisti,Ma non li chiamano così, perché altrimenti verrebbero bollati subito come deprecabili e inconcepibili. Invece può far comodo che crescano stati d’animo forti, negativi, disumani.

 

 

 

 

 


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